L’uccello dalle piume di cristallo

Un po’ di tempo fa (ormai sono 6 mesi) ho iniziato a essere ospitata su un blog ben più grande e più completo del mio, Il buio in sala, allo scopo di ripercorrere la gloriosa filmografia argentiana dal primo all’ottavo film, prima che il nostro adorato Dario iniziasse a perdere colpi e a diventare l’equivalenti di quelle cinquantenni che tentano di sparare le ultime cartucce accorciando la gonna di quei trentacinque centimetri che tanto a cosa servono. Ecco. Prima di Trauma, prima di Il Cartaio, prima di La terza madre, Dario Argento di cartucce da sparare ne aveva. Che poi erano bombe. Quindi riporto qui, capitolo per capitolo, questo meraviglioso arcobaleno di morte e orrore. Hale to the king of Giallo.
Quando ho fatto il mio primo disegno con l’acquerello il foglio si è riempito d’acqua e il bosco con le lumachine che avevo disegnato si era trasformato, nel giro di pochi secondi, in una landa desolata dal colore improbabile. Quando ho tentato di cucinare la mia prima torta multistrato per il compleanno del mio ragazzo sono riuscita a far prendere fuoco alla carta forno nel forno (lo so, lo so). Quando ho fatto il mio primo parcheggio ho occupato tutta la carreggiata.
E invece Dario Argento è riuscito con il suo primo film a fare subito una bomba assoluta.
Tutta questa lunga e tediosa intro solo per avvalorare la mia tesi, quella che a costo di sfiancarvi cercherò di sostenere fino alla fine dei miei giorni: Dario Argento è il Maestro. 
Il Maestro del Giallo ma pure del rosso sangue e di tutti gli altri colori (penso ad esempio a Suspiria, ne parleremo in futuro). E questo titolo, quello di Maestro, se lo conquista da subito, con quel capolavoro assoluto che èL’uccello dalle piume di cristallo (1970), un film che fa gridare di paura per un’oretta e con un whodunnit che è una bomba. 
E una bomba è già la sequenza che apre il film e ci getta nella storia: il protagonista, Sam Dalmas (Tony Musante), uno scrittore che sta soggiornando a Roma nel tentativo di risolvere il suo blocco (indovinate di cosa) dello scrittore, assiste al tentato omicidio di una donna in una galleria d’arte. Allora: questa sequenza è agghiacciante. Ogni sospiro della donna che si trascina e si protende verso il vetro per chiedere aiuto è anche nostro. Ogni secondo che passa (e ogni secondo può essere fatale visto che lei si sta dissanguando a velocità sostenuta – così ci piaci, Dario) in cui Sam tenta di far fronte alla situazione ma si ritrova a fare i conti con l’impossibilità di aiutare la donna è una tortura (eddai, vetro, rompiti!) e, come se non bastasse anche il povero Tony Musante con il suo neo fanno una tenerezza pazzesca, per cui tu empatizzi sia con la vittima che con lui che non sembra poterci fare molto (e volendo pure con Dario Argento che dev’essersi fatto un culo tanto per realizzare una sequenza così cardiopalmeggiante e, allo stesso tempo, di una piacevolezza estetica ai limiti del gingillisimo ossessivo). Finita la sequenza ti accorgi che ti sei dimenticato di respirare.
piumeee
Ecco, io ho quasi 30 anni (quasi, manca un anno eh!) e non solo non ho mai fatto spaventare nessuno a quel modo – va beh, forse questo non è un male – ma non ho neanche mai realizzato niente che vada anche solo un po’ vicino a quello che ha fatto Dario con questa creatura dal piumaggio cristallino. In pochissimi minuti poi. Chissà cos’altro ci aspetta. Una serie di dettagli niente male che, se siamo degli spettatori dei primi anni Settanta (con i pantaloni a zampa, i capelli a onde e un po’ ottenebrati da chissacosa) e non sappiamo chi sia questo Dario Argento, ci lasciano con la bocca spalancata. Ma anche se siamo spettatori del 2014, perché Dario Argento non ha tanto la capacità di far paura, quanto quello di inquietare, attanagliare, creare tensione, farti scervellare tutto il tempo a chiederti chiaccipicchiaèstatoeperché (ero stanca di scrivere whodunnit) e lo sa fare così bene che sopravvive al succedersi dei decenni, agli slasher che ci hanno resi più insensibili, a tutte le serie crime che ci hanno fatti diventare più acuti e sgamati, agli horror che ci hanno educato al gore.
Dario Argento ce la fa sempre: c’è la suspense, per cui ti aggrappi a braccia altrui (o alla coperta, o al cuscino, o al cucchiaino per il budino); c’è la trama ipercomplessa (a volte talmente ripiegiata su se stessa che pure lui si perde un pochino, ma non importa e, soprattutto, non è questo il caso); c’è il sangue che decora il tutto.
Dario Argento inaugura con questo film la sua poetica, per cui ci sono già alcuni degli elementi che ritroveremo in molti dei suoi film successivi, per cui, ogni volta che li incontriamo, è un po’ come tornare a casa, ovvero: il dettaglio risolutivo ma inafferrabile che il protagonista pensa di aver visto sulla scena del crimine (qui e in Profondo Rosso, ad esempio); la professione del personaggio principale, di solito scrittore (qui e in Tenebre e, nel Gatto a Nove Code, un ex-giornalista divenuta enigmista) o artista (Profondo Rosso, Quattro mosche di velluto grigio, Suspiria ecc.); la trama così intricata che immaginare chi sia il colpevole è alquanto ostico se non impossibile e il twist finale, in cui quello che sembrava essere il colpevole o lo era solo parzialmente, o era del tutto innocente, o addirittura vittima lui stesso (Profondo rosso, Tenebre soprattutto, oltre a questo film), quel tipo di colpo di scena che ti fa sentire preso per il didietro alla grandissima, ma che ti fa voler bene al Dario proprio per questo. Ti ha preso in giro fino alla fine e non te ne sei accorto e, quando succede, è un grande cineregalo (tipo Inside Man).
Piume di cristallo in breve (insomma, più breve che posso): Sam decide di indagare, perché probabilmente chi ha tentato di uccidere la donna che lui ha salvato è lo stesso autore di altri tre omicidi, come suggerisce il commissario in carico dell’indagine. E da dove si inizia un’indagine? Dal principio. Perciò Sam, che per il primo principio della giallodinamica essendo uno scrittore è anche un detective nato, si reca sul posto di lavoro della prima vittima: un negozio di antiquariato dove scopre che il giorno dell’omicidio qualcuno aveva acquistato un quadro la cui descrizione non può che essere resa se non dal termine «doppiamente raccapricciante». Doppiamente perché oltre a rappresentare un’aggressione ai danni di una ragazza (raccapriccio n.1), fa anche proprio ribrezzo a vedersi, dato che è in stile naif ma mica alla Rosseau il doganiere – che comunque che sia roba proprio bella è opinabile – quanto piuttosto alla «non sto affatto bene di testa e dipingo della robaccia inguardabile tenendo il pennello come mio cugino disprassico tiene coltello e forchetta invertiti quando cerca di tagliare la bistecca» (raccapriccio n.2). Chiaro? Ecco, allora Sam si fa dare una foto del quadro e se l’appende in casa, così lui e la fidanzata Giulia possono deliziarsi 24/7 con quell’orrore. Quando Sam risale all’autore del quadro, tale Berto Consalvi (messo meglio, ma di poco, del fu Legnani da La casa dalle finestre che ridono – altro capolavoro che ti fa guardare sotto il letto pure quando è pieno giorno), un’idea del perché l’opera sia così brutta ce la facciamo, dato che il pittore è una sorta di gattaro mistico che vive asserragliato in casa e che racconta come quel quadro fosse stato ispirato da una vera storia di aggressione che aveva sentito in passato. Bene. Nel frattempo l’assassino fa due telefonate: una alla polizia, per dire che ucciderà ancora e una a Sam, per convincerlo a desistere e, sorpresa, le due voci sono diverse e in sottofondo c’è uno strano rumore.
SPOILERISSIMOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
Giusto in tempo per il colpo di scena, proprio quello che ci farà saltare sulla sedia/poltrona/divano/letto/pavimento – nel caso foste così entusiasti da alzarvi e battere le mani -, ovvero che il rumore bizzarro che fa da sottofondo alle telefonate è il canto di un rarissimo uccello dalle piume del colore del cristallo (il nostro Dario è un romanticone) di cui in Italia esiste un solo esemplare che sta allo zoo di Roma. E chi ha un appartamento che dà proprio sulla gabbia di questa piumata creatura? Il marito della donna sopravvissuta all’aggressione, il gallerista che abbiamo incontrato all’inizio del film che, nel tentativo di sfuggire a Sam e alla polizia, uccide un agente, precipita dalla finestra e, ovviamente, muore (cosicché il body count aumenta) confessando tutti gli omicidi. La moglie dell’uomo scompare e Sam, deciso a fugare ogni suo dubbio e convinto di aver scordato un dettaglio essenziale, la cerca. Parte una sequenza mozzafiato in cui il buio occulta la verità che emerge con prepotenza nella memoria di Sam: la donna che ha salvato teneva in mano un coltello durante la colluttazione con l’assassino. È proprio con un’altra tematica cara al futuro cinema di Argento che si chiude questo film: il trauma, che ritroveremo in Tenebre, in Profondo Rosso e soprattutto nel Gatto a Nove Code, dove è nuovamente il trauma femminile a delineare la narrazione. Era lei l’aggressore iniziale che il marito tentava di fermare. Era lei la donna aggredita del quadro, lei, il cui trauma fu risvegliato dal dipinto e, anziche fare come la maggior parte delle persone con disturbo da stress post traumatico ovvero avere ricordi intrusivi e incubi e andare dallo psicologo, si identifica con l’assalitore, finendo a fare la stessa cosa per reprimere il dolore per l’aggressione subita, mentre il marito diviene suo complice nel tentare di fermarla e proteggerla allo stesso modo – insomma, se non è incasinato non ci piace. Geniale. Talmente improbabile che non potremmo immaginare altro finale. E, come Argento fa dire al suo protagonista in Tenebre, riprendendo le parole di Conan Doyle, “una volta eliminato l’impossibile, quello che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.

4 pensieri su “L’uccello dalle piume di cristallo

    • Grazie :) cerco sempre di rendere onore al Maestro, che appena c’e` il temporale ti viene voglia di guardarlo!

  1. Bentrovata Miriam, con un post che amo. Cosa chiedere di più. Concordo pienamente: suspance e ipertrama. Quantocipiacedario :)

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